“Non c’era internet, ma qualcuno riesce a immaginare un mondo così?”  Lampadread ce lo ha raccontato. 

Una lezione di storia, musica e vita insieme al nostro nuovo Reggae Ambassador.

Venerdì 9 aprile abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con Lampadread per conferirgli il titolo di Reggae Ambassador a nome di tutta l’associazione One Love. Introdotto da Ras Ale come uno dei primi sound operator italiani, organizzatore di molti concerti, fondatore di diversi programmi radio e webradio, co-fondatore della One Love Hi Pawa, gestore dello storico negozio di dischi a San Lorenzo a Roma, il One Love Corner, e distributore di dischi a Kingston in Giamaica, voce dell’area dancehall del Rotototom Sunsplash e organizzatore del famoso Ras a Roma, …insomma uno dei pilastri del reggae in Italia.

Con la prima domanda che gli abbiamo posto, di parlarci del brano che accese in lui per la prima volta la scintilla per il reggae, Lampadread, Fada Lampa, come in tanti amano chiamarlo, ci ha portato indietro nel tempo partendo dai tempi in cui era solo un teenager e arrivando allo storico concerto di Bob Marley nello stadio San Siro di Milano nel 198. Fu grazie a un jukebox in un paesino svizzero, dove un giovane Lampa passava le vacanze estive a metà anni 70, che Bob Marley e quello che allora veniva chiamato “il rock del Terzo mondo” arrivò per la prima volta alle sue orecchie.

Il reggae ha in quegli anni fortemente influenzato il pop-rock, soprattutto band come i Police e i Clash, i cui dischi Lampa suonava durante i suoi turni mixer a Radio Onda Rossa “come se non ce fosse un domani”, furono i pionieri di quello che lui ci racconta si chiamava “punky-reggae” e trovava espressione in una Roma fine anni 70, nelle serate underground del One Club, dove musica ska, new wave e reggae giamaicano intrattenevano la nascente scena punk romana. “Il mio passaggio al reggae è avvenuto via punk-hardcore e soprattutto grazie ai Clash con cui Mikey Dread è stato l’artefice di tutte le versioni dub prodotte dai Clash. Quello è stato il mio primo approccio. Tutti sanno che Bob Marley ha tenuto due concerti a Milano e a Torino e soprattutto Milano è stato il concerto, dove ha avuto il maggior afflusso di pubblico, tanto da arrivare a riempire uno stadio come il San Siro. Quella sicuramente è stato il seme che ha fatto crescere tutto quello che ci è stato negli anni a seguire. Poi dopo concerto di Marley ci sono stati un po’ di anni di buco in cui non ci sono stati molti eventi dedicati alla musica in levare..” Un concerto che però ha segnato tutti quei personaggi che fanno parte dell’ossatura del movimento reggae italiano, da Mimmo Superbass dei Different Stylee a Vitowar, tanto per citarne qualcuno.

Per quanto riguarda l’excursus artistico di Lampadread, musicalmente esordì in radio, su Radio Onda Rossa, nei primi anni 80. “Era una questione di appartenenza, di dna oltre che faceva figo stare in radio allora”. Così cominciò coi turni mixer, condusse la prima volta una trasmissione dal nome “Revolution Rock”, una sorta di frullatore della musica fresh di quegli anni: dal punk al hard-core, alla ska, alla new wave e al reggae caraibico”. Fece parte poi della prima redazione “Rumori molesti” insieme al Sego, Silvietto e con Massimo il tassinaro curò “Live n’ direct”, programma di musica reggae e africana. Mentre il Sego e Silvietto conducevano “Rebel Soul”. Il primo concerto fu organizzato per raccogliere i fondi per l’acquisto di due piatti veri da dj, i 1200 e per l’occasione arrivarono a Roma Mikey Dread “al Blitz a Colli Anieni, serata epica e in un altra occasione venne addirittura Pato Banton, questo al Sisto Quinto a Monte Sacro. E questi sono stati i primi due eventi organizzati dalla crew della radio.” 

Alla fine degli anni 80 nacque poi “Daje pure te”, la trasmissione del sabato pomeriggio importante punto di riferimento per la scena reggae romana. Di quegli anni Lampa ricorda anche la bella data nel 1985 organizzata dalla crew di Good Stuff, negozio di dischi e primo distributore in Italia. Al “Reggae connection” arrivarono i Third World, Sly & Robbie, Gregory Isaac e un giovanissimo Barrington Levy. Gruppo spalla furono i Different Stylee di Bari e gli Irie di Milano e due toaster (come ancora si chiamavano i dj giamaicani) che erano Jah Wash e Militant Barry, due veteran che hanno fatto pochi dischi, ma ore e ore dietro a un sound.  “Quello è stato il momento in cui tante realtà italiane si sono conosciute. E’ lì che è nata un po’ la prima rete di conoscenze. Quando l’internet non c’era, c’erano le fanzine e c’era Rebel Soul, Ital Soul, una la faceva Mimmo, l’altra la facevano su a Savona, Giorgio Galli, uno dei giornalisti che maggiormente ha contribuito alla mia crescita perché le sue recensioni su Rockerilla insieme anche alla crew di Bergamo sono state fondamentali per me, era il nostro pane, i punti di riferimento, che ti aiutavano a capire quello che c’era. Non c’era l’internet, non so se qualcuno riesce ad immaginare un mondo così?”

Erano anche gli anni delle posse, quando gli spazi venivano conquistati e si saliva sui palchi anche quando non si era invitati e si andava a dire quello che si voleva dire. Nel 91 nasce poi l’idea del sound system, il One Love Hi Pawa, che si è acceso nel 1993 ed è stato il primo sound completo italiano, con le casse scoobin auto-costruite. “Siamo entrati in fissa con gli scoobin perché come uscivano i bassi da lì, poche altre casse lo facevano. Però in Italia si, siamo stati sicuramente i primi ad auto-costruirle.”

Parlando poi dei soundman di allora, Lampa ci ha spiegato come negli anni 90 la scena era una sola e lo spirito era quello di far parte di qualche cosa di nuovo che univa tutti. Parallelamente alla One Love anche a Milano Vitowar e i ragazzi di Bass Fi Mass costruirono i loro sound e molti altri seguirono.

Arriviamo dunque agli anni del Ras, nato proprio per promuovere  l’idea della cultura della dancehall fatta col sound system. Nessuno al tempo ci pensava, ma è lì che è nato un movimento senza bisogno di stabilire alcuna regola e nemmeno mirato a fare soldi. Il Ras si organizzava nei centri sociali, significava tante spese e tanta forza umana per aiutare a gestire un posto così grande. Con esso sono state poste le basi del movimento reggae italiano.

Fada Lampa ha continuato a raccontare e raccontare, dal suo intimo e personale rapporto con i dreadlocks ai ricordi dei clash internazionali “eterni secondi come la Roma”, al suo ultimo progetto radio sul web, Potradio, una radio che sta crescendo e affermandosi sempre di più e della sua ultima trovata radiofonica di radio mobile con la trasmissione “Yard stories”, curata dalla sua associazione “Radici e cultura” e intenta a scoprire tra mercatini e centri di accoglienza migranti del Cilento realtà locali, tradizioni e cultura di una terra attaccata ancora fortemente alle sue radici. Prima di chiudere ci ha ancora espresso un parere sul recente uso da parte del presidente della Giamaica di alcuni testi dancehall per non fomentare la violenza sull’isola. Anche qui ha saputo darci una preziosa lezione di storia, spiegandoci quanto il banditismo giamaicano sia da sempre stato menzionato nei testi reggae e quanto invece apparenti guerre verbali durante i clash siano sempre in realtà solo delle strategie mediatiche. Ci ha spiegato la censura in Giamaica, ma anche in Inghilterra, l’obbligo di creare sempre anche delle versioni radio edit, una clean music che si deve passare sui palchi e nelle radio giamaicane e la sua scelta invece di passare su Potradio quasi sempre le versioni non censurate proprio per una questione di onestà intellettuale.

Per Lampa mantenere la curiosità di capire è fondamentale. Quando internet non ci stava, si prendeva il vocabolario, occasione ache per molti di imparare un po’ la lingua. Ma soprattutto è importante capire di che canzone si tratta al di là delle vibes che uno può sentire.  “se è una canzone spirituale, se è una canzone stupida, frivola, da ballare e per divertirsi o se è una canzone seria, motivante, questa racconta di una storia vera…serve anche per capire queste differenze di stili, cosa che spesso anche molti amanti non fanno, non capiscono la differenza tra il reggae e il roots reggae. Qual’è la differenza? C’è una bella differenza, perché il roots reggae è quello dei rasta, la rasta music, dove posso mettere anche il dub, ma la roots music è quella che ha il messaggio, che non si distingue solo per il ritmo del One Drop, ma fondamentalmente per il contenuto. Mentre il reggae è semplicemente musichetta leggera giamaicana da ballo, il primo reggae era la musica da ballo. Poi è diventato roots reggae con l’influenza rastafariana, però ancora globalmente se uno indica reggae dove dentro ormai è un contenitore che non si capisce qual’è. Per alcuni il reggae finisce nel 79 e per altri non si è mai fermato.” Ed ecco che anche qui un’altra lezione di musica ci è stata offerta. Così sempre più convinti che nessuno più di lui abbia fatto nella promozione e diffusione della musica reggae e dei suoi valori, nel proferirgli questo nostro pensiero, Fada Lampa ci fa fare subito un passo indietro: “No, non è cosi io come tanti ho contribuito. Perché da solo come dice quella vecchia canzone che poi ricanta pure Dennis Brown “No man is an island”.

Ai giovani Fada Lampa ha consigliato di impegnarsi e trovare personalità, ispirarsi si, ma non senza metterci del proprio. Cantare in inglese per raggiungere un pubblico mondiale va bene, ma come dicono i giamaicani: “Dance a yard before you dance abroad“. Mentre per fare ripartire con il piede giusto la scena reggae italiana bisogna secondo lui “partire dal capire le cose che non sono andate, dalla così detta cultura del bad mind: invidia,  del io so mejo de te, io so più vecchio di te, io so appena arrivato pero so più figo de te o questa divisione che c’è di genere, c’è la scena dub da una parte che ama solo il dub e tutto senti meno che una canzone giamaicana. Oppure chi si è fissato e suona solo il bashment già alle 10 di sera, vai a una dancehall perché è dancehall, molta gente ha interpretato che la dancehall è un genere nato negli ultimi 10-15 anni, quando il genere dancehall è nato nel ‘62 con tutta la storia della musica giamaicana. Ripartire quindi da quello, la dancehall come luogo, dove si schierano delle casse e dove si fa musica, poi ognuno con il proprio stile e la propria differenza e nella dancehall ci può stare tutto. Per come la vedo io.”

E anche se è stato lui a ringraziarci per il titolo assegnatoli come Reggae Ambassador, ci ritroviamo noi  a volerlo ringraziare di cuore per questa ennesima lezione di storia e vita che ci ha regalato con il suo fantastico modo di raccontare, spiegarci, farci viaggiare nel tempo e nello spazio, tra storia e realtà odierne -grazie Fada Lampa, one love!